w e b l o g d i L u c i a n o D e S i m o n e








i n ( ) s o g g e t t i v a

d a l g i o r n o a l l a n o t t e

Ogni giorno un tema. Un pezzo di un puzzle.

Una storia che nessuno conosce, costruita con i tasselli che restano sul tavolo.

Gli avanzi di una giornata, a volte persa e a volte guadagnata.

Le tessere del mosaico saranno farina del mio sacco.

La storia, farina del sacco di chi vorrà e saprà metterle insieme.



_ 1. L a V i t a

_ 2. D e n a r o e P o t e r e

_ 3. L a S c o n f i t t a

_ 4. L a M o r t e

_ 5. L a P a u r a

_ 6. L' A m o r e

_ 7. L a C o l p a

_ 8. L' O r r o r e

_ 9. L' I n v i s i b i l i t à

1 0. L' A u t o c o m m i s e r a z i o n e

1 1. L a D i g n i t à

1 2. L' A t t i m o

1 3. I l T r a d i m e n t o

1 4. I l D u b b i o

1 5. L a G i u s t i z i a

1 6. I l T e m p o

1 7. L a F e l i c i t à

1 8. L a N o s t a l g i a

1 9. L o S p a z i o

2 0. I l M a l e è d e n t r o d i n o i

2 1. L' I s l a m i c o

2 2. I l S i l e n z i o

2 3. I l D e s t i n o

2 4. L a D o n n a

2 5. L' I d e n t i t à

2 6. G l i A n g e l i

2 7. L a S c e l t a

2 8. I S e n s i

2 9. L a B e l l e z z a

3 0. L' E t e r n i t à

3 1. L a P a r t e n z a

3 2. L a D o c c i a

3 3. I l P r e m i o

3 4. L a P r o s p e t t i v a

3 5. L o S g u a r d o

3 6. G r a z i e

3 7. I l T a n f o

3 8. I l R i s v e g l i o

3 9. I l T e m p o r a l e

4 0. L a N a t u r a

4 1. L' A s c e n s o r e

4 2. L a P a s s i o n e

4 3. L a S t u p i d i t à

4 4. L a C o r s a

4 5. L a C h i a v e

4 6. G l i O c c h i

4 7. I l C o r p o

4 8. L a M e c c a n i c a

4 9. L e O m i s s i o n i

5 0. I G e s t i

5 1. L' A n g e l o S t e r m i n a t o r e

5 2. L' E q u i l i b r i o

5 3. I l C o n t a t t o

5 4. I l D i e t r o d e l l e c o s e

5 5. L a L i b e r t à.

5 6. L a P l a c e n t a

5 7. L' E v i d e n z a d e l D e s t i n o

5 8. L a N a t u r a S e l v a g g i a

5 9. L a S o l i t u d i n e

6 0. L a D e c i s i o n e

6 1. N e o n a t o

6 2. I l C o n t o

6 3. L a L e g g e d e l l ' A t t r a z i o n e

6 4. I l T r e n o

6 5. L a B o t t a

6 6. I N o d u l i n e l c u o r e

6 7. L a N o r m a l i t à

6 8. I l P e n s i e r o

6 9. L e S c o r i e

7 0. I l F u t u r o

7 1. I l P r e s e n t e

7 2. S o r r i d o

7 3.I l C o n s i g l i o

7 4 L a M a l i n c o n i a

7 5 L a P a c e

7 6. L a S t a n c h e z z a





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Sono passati
*loading*
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q u a l c o s a d i m e
M A G I A D E L N A T A L E
U N A V I T A A L L A G R A N D E
M I C O M M U O V O
2 1 G R A M M I
F O G L I O D I V I A
G O D A R D
P O E S I A I N I N T E R R O T T A
f u o r i p r o g r a m m a
G O D A R D
I L P U Z Z L E
m i h a d e t t o...
C A T T I V O
L E G G E R O
M O N T A L B A N
I L P A P A
C H I E' S U Z A N N E ?
I L S U P E R M E R C A T O
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 1.
I DIFETTI
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 2.
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 3.
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 4.
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 5.
I n t r o ( i ) s p e z i o n e 6.
L e P a r o l e
I B a c i.
L a v i t a c o n t i n u a.
N o n p u o i f a r e a m e n o d i m e
V I S I O N I B I N A R I E
I Q u a r t i e r i B a s s i
L' I m m a g i n e
S u l l a F e l i c i t à
F O T O G R A F I A
O g n i d e f i n i z i o n e è n e c e s s a r i a
K E B A B
C I V U O L E T A L E N T O
C E N T R I F U G A
U n s o g n o D o m a n i L i m o n i




sabato, 01 dicembre 2007




NOVENOVEMBRE. Il videoclip


E' finalmente in onda il video clip di Novenovembre, la canzone del gruppo rock emergente Nadàr Solo, tratto dal loro omonimo primo album. Vi avevo presentato qui la sceneggiatura. Il video è ora in onda su MTV all'interno del programma di Alex Infascielli Brand:new e anche qui, qui, qui e qui. Qui sotto, invece, alcuni key frame e un (dimensionalmente) piccolo assaggio del video.
Buona audiovisione.

1calendario 9matteo2ogr10parcheggio3cesso
 





5doppio6fed-and7fuga8gruppo12scopert






13dorme14sogniandreapp15sonno11piede



          






                                                                                        



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domenica, 07 ottobre 2007




84. LA VISIONE DELLE COSE.


Sento la piastra fredda dello stetoscopio sul torace. Mi sento come un enorme walkman nell’atto di trasferire nelle orecchie di un medico strabiliato l’informe pappa dei miei ricordi amalgamata con le nebulose esperienze della mia vita da comatoso.
Mentre fa finta di capire, lo immagino perso nel più convenzionale dei dubbi: dove vuole andare a parare questo. Questa roba non ha né capo né coda…che storia è mai questa.
I più pensano che le storie abbiano un inizio e una fine. Ma chi l’ha detto. Solo nei libri le storie hanno un inizio e una fine, al massimo nei film. Nella vita non è così. Magari lo fosse. Si potrebbe voltare pagina. Chiudere e ricominciare. Non conosco nessuno la cui storia sia finita prima della morte. La vita è  una somma di eventi senza soluzione di continuità. Le cose non finiscono. Tutto quello che vivo mi resta dentro e  si ripresenta puntuale in quasi tutto quello che faccio o sento. Le cose cambiano, questo si, diventano altro. Ma non è che poi ci sono i titoli di coda, si accendono le luci e tutto finisce lì. La trama non è importante, quella serve ai pigri per illudersi di capirci qualcosa senza fare lo sforzo di scomodare la propria capacità visionaria. Serve a rintuzzare la paura che le cose non tornino più a posto una volta che sei nato. Serve a vivere la propria vita attraverso l’esperienza di altri. Dici: poiché la mia vita è un casino e non ci capisco una beata fava di niente, che almeno le storie abbiano un senso compiuto, che cazzo! Troppo comodo, caro il mio medico. Se vuoi capire devi morire. Solo allora tutto diventa chiaro. Non provarci nemmeno a capire cosa mi gira nel coma.
A parte i coglioni, quando mi pianti sta roba fredda sul petto proprio mentre incrocio le sguardo della donna.

Non cercare di capire, ti manca la visione.  



tesi l'ha scritto alle 11:47 | | commenti (4) | link





venerdì, 14 settembre 2007




Una segnalazione.


"Qualunque cosa tu ci metta dentro, fa' che ci resti. Una tasca di pietra, una volta aperta, non si puo' aggiustare".

Da oggi è in tutte le librerie il primo romanzo di Matteo De Simone. S'intitola
"Tasca di pietra".

"Helen, una donna insicura e sull'orlo della depressione, parte col marito Said alla volta del Marocco per raggiungere i suoceri. Helen, inglese trapiantata in Italia, due figlie molto vivaci, si troverà, in seguito a un forte trauma, ad affrontare i suoi fantasmi interiori, a fare in conti con se stessa e a provare, per la prima volta in trent'anni a cavarsela con le sue sole forze".


Buona lettura



tesi l'ha scritto alle 13:32 | | commenti (5) | link





martedì, 07 agosto 2007




Fuori programma. Agosto.


Cammino. Il gesto di accendere una sigaretta contrasta col più comune dei luoghi comuni circolanti intorno all’idea di salute e col caldo, reso più estivo dallo sfiato puzzolente dei pochi bus che vanno su e giù semivuoti. Però non mi lamento. La città ad agosto assume quel fascino che vorrei avesse anche il resto dell'anno. I muri assolati sono in grado di parlare, rievocando perdute immagini infantili. Le strade lasciano che le lunghe prospettive dei viali di Torino si perdano in un punto lontano senza ostacoli visivi, come avevano immaginato gli architetti del potere assoluto. La temperatura del sole si è placata, lasciando che le gocce di sudore che mi imperlano la fronte mentre cammino vengano immediatamente riassorbite nel soffio di una brezza quasi primaverile. Dunque mi lascio cullare dalla suggestione del più classico agosto dannato, mantenendo il perenne euforico stato d'animo di chi è in procinto di partire non appena sbrigate le ultime cose. Perchè così è scritto. E così sarà fino a quando anche l'ultimo dei "last minuts" sarà stato aggiudicato al più in ritardo dei ritardatari. E quando mi presenterò allo sportello o davanti alla videata del sito dei sogni dirò: va bè, fa' niente...



tesi l'ha scritto alle 10:08 | | commenti (4) | link





martedì, 17 luglio 2007




Fuori Programma. Ipnosi.


Qualcuno di recente mi ha detto che le mie parole sono ipnotiche.

Le mie parole non sono ipnotiche, ho risposto. Così come non basta pensare ad un uomo per essere una sgualdrina. O pensare ad una donna per essere un puttaniere...Poi chi mi conosce sa che ho sempre un certo senso di colpa nell'usare nella sua accezione dispregiativa la parola sgualdrina; parola che peraltro non uso quasi mai preferendole decisamente termini come puttana, mignotta...Tipologici umani capaci di intenerirmi il cuore, come quasi tutti i reietti; reietti dal linguaggio ancor prima che dalla società... Mi rendo conto che sto andando fuori tema, come "ipnotizzato" da una riflessione fuori posto… rimasta impigliata senza motivo alla rete dei pensieri. Ipnotici sono infatti, non già le parole stesse, ma i pensieri in sospensione, rivissuti nella loro condizione di pensieri attraverso le parole scritte. Incapaci di andare in qualsiasi altra direzione se non quella di un corto circuito di pochi istanti tra la testa e il corpo, così da creare un'opportunità per farsi domande a cui, per una volta, non è necessario rispondere. Ma solo ascoltarle, poichè all'interno di quelle domande è contenuta anche la risposta. Come quasi sempre, nelle questioni misteriose della vita, all'interno delle nostre domande è contenuta anche la risposta. Basta cercarla.

A volte, una vita non basta. Lo so. Meglio farsi ipnotizzare, 'chè cercare stanca.



tesi l'ha scritto alle 19:35 | | commenti (4) | link





martedì, 06 marzo 2007




83. SONO ANCORA QUI.


L’idea che potrei non aver mai vissuto ciò che nel ricordo mi appare realistico, mi terrorizza. Segno che l’effetto del coma sta svanendo. Sarebbe come per un galeotto evadere, scappare scappare e poi quando si ferma, mentre svuota i polmoni dall’angoscia in un lungo sospiro mescolato ad un sorriso grato non si sa bene a chi, accorgersi che tutta la strada percorsa nel buio lo ha riportato esattamente di fronte al portone del penitenziario. Si accendono due grandi illuminatori e contemporaneamente, quasi fossero loro a parlare, la voce deformata di un megafono, della stessa intensità fredda e accecante dei fari, dicesse: arrenditi sei sotto tiro. Non hai scampo. Sei sveglio. Sei qui. Sei ancora qui. Se non ti apparisse, a tratti, con le sembianze della certezza, il dubbio non sarebbe tale. Dunque nel dubbio resto con gli occhi chiusi come facevo da bambino per eliminare la presenza degli altri o prolungare un sonno interrotto. O un piacere finito rendendolo infinito.
Poi penso che nessuno può essere certo che la vita che sta vivendo è proprio quella che sta immaginando di vivere.

Ora resta da stabilire solo il tempo in cui si scioglie un coma. Un lasso problematico dilatato da eventi il cui tempo ritorna sempre uguale allo stesso punto. Come una lancetta sulle ore. Creando l'effetto di non essere trascorso. 



tesi l'ha scritto alle 20:22 | | commenti (22) | link





giovedì, 14 dicembre 2006




Intro(i)spezione 7.


La mia testa non pensa. Vive sospesa nell’attesa dell’intuito. Un istante benedetto. Il resto del tempo sonnechhia ineterrogativa dietro gli occhi che guardano tutto, affamati e pungenti, ingannando gli astanti. La mia testa passa tutto il tempo a domandare a se stessa domande senza risposta o con una risposta semplice e logica, trppo lontana dalla realtà. La mia testa nell’attesa dell’istante benedetto produce musica che nessuno sente, passa tutto il tempo a congiungere punti di un circuito sempre in corto. E resta al buio. A volte i miei occhi lasciano traspirare note che si spargono silenziose sulla rotta di cuori secchi creando frastuoni interiori che strappano sorrisi pieni di aspettative sognanti disilluse come promesse fatte ai bambini. La mia testa nel suo vivace torpore esistenziale si stacca spesso cinica del cuore, che non rispetta. E si fonde in un corpo eccessivamente reattivo alla carezza elettrica di quell’istante benedetto che vale tutta una vita. Arriva ogni giorno mai puntuale, come i treni. Così spesso mi becca con le labbra attaccate al bordo di una tazzina che fuma caffè; se va bene ad altre due labbra. Quando stacco è passata. Cosi ricomincia un’altra giornata. Sopspesa nell’attesa di un momento logico di consapevole follia. Di un pensiero così veloce che nessuno può vederlo passare perché il gesto è già fatto. Senza inizio né fine. Perfetto. Come l’equilibrio visivo di un’orizzonte. Come una lacrima di commozione che scorre più potente di un sorriso. E godo.



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mercoledì, 06 dicembre 2006




82. SOSPENSIONE


Quello che contraddistingue lo stato del coma è che i sogni si confondono con i ricordi. E’ una riflessione semplice, banale. Per quanto ne so, non è detto che tutto quello che percpisco come ricordo non sia altro che sogno. Come in ogni sogno che si rispetti l’incubo si mescola al senso di morbosa voglia che non finisca. A volte anche a un senso di pace, ma di rado. I personaggi sono grottescamente deformati nel corpo e nella mente. A volte ci guadagnano, altre ci perdono.

L’aria è pastosa. L’umidità disegna davanti ai miei occhi un vetro grigio appannato da miliardi di gocce d’acqua, cristalline se le guardi una alla volta. Ma torbide nel loro insieme. Come si contaggiassero tra loro, una volta a contatto. Come gli uomini. C’è l’aria triste, angosciante e definitiva di una stagione monsonica di un qualsiasi terzo mondo. Fatico a penetrarla. Contrasta con l’illusione di sole ad ogni costo dipinto nell’immagine più classica di un benessere per forza che va respirato con l’aria trasparente imposta dagli sponsor. La camicia zuppa mi si appiccica al corpo e sudo nell’acqua tiepida dell’afa.

Ad un tratto o forse gradualmente, lo scenario delizioso e lieve che ospita il mio coma sembra svanire dietro la coltre grigia di pessimismo climatico, metafora della sopensione in cui ciascuno è costretto a vivere nell’attesa parabolica di un sole pubblicitario in grado di risistemare l’apparenza delle cose, dato che la coscienza da sola non ce la fa.

Allora il mare azzurro che ho di fronte prende le sembianze di una lastra plumbea increspata come labbra la cui postura muta da bacio in ghigno. La sabbia setosa e d’oro non è altro che melma paludosa color sterco. Sembra l’anima impietosa di un usuraio che strozza la mia ambizione di immortalità alimentata dall’illusione che il coma non sia nè morte nè vita. Ma soltanto quell’ora del mattino in cui il sonno che ti protegge sfuma nel dormiveglia, non ancora veglia, non più sonno, anticamera e scudo di una prospettica condizione verticale che mi affossa e mi affoga come l’aria umida e cataclismica che lascia il mio respiro in sospensione… 

Un tipo che passa mi guarda e si tocca i coglioni mentre mi sorride pietoso.

Non preoccuparti vorrei dirgli, e’ solo un dubbio che mi assale alla fine di ogni pensiero. 

Ma poi trovo risposte nei suoni e resto al buio. Non capisce. Non capirebbe comunque.



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lunedì, 27 novembre 2006




81. LA PRIMA VOLTA


Man mano che passa il tempo mi distacco dalle cose. Mi distacco anche dai ricordi. In realtà, non avendo riferimenti emotivi, la cognizione del tempo che passa mi sfugge. Quindi non saprei dire esattamente se la causa del mio distacco stia veramente nel tempo che passa e allontana le cose o nel fatto che tutti i ricordi già ricordati sono i soli che valeva la pena di ricordare e dunque subentri la conspevolezza che quando uno è in coma deve fare di tutto per godersi questa condizione. Non può passare tutto il suo tempo a ricordare, altrimenti tanto valeva che vivesse ancora un pò.

Penso questo mentre mi infilo nel portellone metaforico dell’astronave che sta per portarmi dove non c’è ritorno. Dall’altra parte. Ma è solo una sensazione, non è che sono morto altre volte. E anche per il coma è la prima volta. Non saprei dire..Come tutte le prime volte però sento un’eccitazione nell’addome che già da sola vale l’esperienza.

Prima di finire in questo mio eremo tecnologico di luce azzurrata dal riverbero dei monitor degli strumenti medici che allungano la vita e al tempo stesso alimentano il mercato della salute per protrarre il più a lungo possibile la condizione di consumatori degli individui attravrso la desertificazione dell’anima e l’ipervitaminizzazione del corpo - prima di finire qui dicevo – mi ero reso conto da un pezzo che la meccanica del mondo non riesce più a regalare prime volte dopo i dodici anni di età.

Tranne che per rare eccezioni, dovute per lo più alla reazione chimica generata dall’incrociarsi casuale di occhi solitari e tristi, capaci per un istante di non guardare altrove, tutte le prime volte della vita sono già bruciate dal senso esistenziale e secco del già vissuto o al massimo di un più romantico deja vu.

La morte, invece….la morte quando arriva con saggio tempismo, ti regala la più perfetta delle prime volte. Irripetibile. Non sono mai stato così vicino alla vita, mi dico.

E mentre vivo la mia prima volta con la certezza che sarà anche l’ultima, quasi m’eiacula l’anima.



tesi l'ha scritto alle 20:49 | | commenti (11) | link





lunedì, 20 novembre 2006




fuori programma. La coda


Ci sono due persone. Abitano nello stesso quartiere da anni. Si incrociano tutti i giorni, ma non si sono mai presentate. Ognuno la sua vita. Non che si odino, ma non si è mai presentata l’occasione. In un altro quartiere più lontano, fuori zona, durante una coda in un ufficio pubblico i due si riconoscono. Ma se non si sono salutati per tanti anni non si capisce perché dovrebbero farlo prorio adesso. Così per evitare l’imbarazzo di dover spiegare come mai non si sono mai rivolti la parola in tanti anni, cercano di non incrociare lo sguardo. Ma la coda è lunga. I due sono vicini. Dopo tre quarti d’ora, hanno guardato verso tutte le direzioni possibili. Letto tutte le locandine appese ai muri. Studiato l’abbigliamento di ogni persona in coda. Hanno guardato anche le scarpe delle altre persone e le hanno confrontate ad una ad una con le proprie. A volte hanno provato un senso di frustrazione, altre volte si sono sentiti fieri delle proprie scarpe ritenendosi fortunati. Hanno anche guardato le mani dei compagni di coda più prossimi. Stringevano documenti come bollette, alcuni stringevano documenti diversi che insinuavano in loro il sospetto sconfortante di avere sbagliato coda. Allora hanno chiesto più volte rassicurazioni ad altri compagni di coda. Hanno contato tutti i riquadri delle finestre e ripassato tutti gli sms nell’ archivio dei loro telefonini.  Più volte fatto finta di ascoltare la segreteria telefonica e provato la tentazione di telefonare a qualcuno. Poi hanno rinunciato. Alla fine hanno riletto l’intera bolletta. E quella era veramente l’ultima cosa possibile. Ma la coda era ancora folta e gli sguardi, ormai da un po’, erano fissi nel nulla ed il nulla, sempre più spesso, sembrava trovarsi negli occhi posati negli occhi dell’altro. Ad un tratto uno prende il coraggio a due mani e fa: mi scusi, lei abita mica….e l’altro: si, ma lei non è quello….ah! mi sembrava un viso conosciuto. E’ mezz’ora che mi chiedo dove l’ho già incontrata. Sorridono solidali. Anche lei in coda eh?... Guardì non ne posso più. Bè…stia bene allora eh?...buona coda. Grazie, buona giornata a lei! Due metri dopo una delle due persone ha un infarto e muore. Tutti si precipitano a soccorrerlo. Tutti, tranne tranne l’unica persona che lo conosce. Resta fermo, immobile, lo guarda con gli occhi che sembrano quelli di sempre. L’unica differenza è nel bianco degli occhi, un po’ rosso e bagnato, con  l’iride che ci naviga dentro e rischia di annegare.

Quando il lago si asciuga, la sua vita è cambiata per sempre. Come anche la strada per andare al lavoro tutte le mattine. Adesso saluta tutti, il coglione, ma subito dopo guarda i muri con gli occhi vuoti.



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